La crisi del capitale [economia/scienza]

Subject:
Re: La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti [analisi economica/filosofica/politica/scientifica della crisi]
Date:
Sun, 31 May 2009 15:02:47 GMT
From:
L <parmenide_2002@yahoo.it>
Organization:
[Infostrada]
Newsgroups:
it.economia, it.cultura.filosofia, it.politica
References:
1

Saluto gli amici di it.economia in cui è il mio esordio.

Vado al tema:

“.sergio.” wrote:
>
> La crisi del capitale e il ruolo dei comunisti
> di Fosco Giannini, Guido Oldrini, Manuela Palermi, Bruno Steri*
>
>  Che i direttori firmatari di questo editoriale abbiano deciso di
> contribuire ad una comune pubblicazione, confezionando un  numero speciale
> di Marxismo oggi sulla crisi, non può stupire più di tanto. In effetti,
> l’urgenza e la drammaticità dell’odierna congiuntura inducono ad una
> comune riflessione
>
> LISTA CANDIDATI (clicca qui)
>
> sulla dinamica e la natura di uno sconvolgimento economico-sociale, ma
> anche istituzionale ed ambientale, che – tutti noi – abbiamo definito
> strutturale, cioè interno al funzionamento contraddittorio e profondamente
> sperequato del modo di produzione capitalistico.  Tale giudizio deriva a
> sua volta dalla convinzione che, senza l’apporto della strumentazione
> concettuale offerta dall’impianto analitico marxiano, nulla potremmo
> comprendere della logica di questi accadimenti e saremmo fatalmente
> consegnati alla superficiale registrazione del loro succedersi.
> Del resto, non siamo i soli a dirlo: la potenza conoscitiva di tale
> impianto – oggi ancor più di ieri – è diffusamente riconosciuta, persino
> da chi è collocato sulla sponda opposta del conflitto di classe.
> Autorevoli quotidiani si interrogano pensosi sulla solidità dei fondamenti
> dell’ordine sociale vigente e, come ha fatto recentemente il londinese
> “The Times”, lanciano sondaggi in cui chiedono ai loro benpensanti
> lettori: aveva forse ragione Marx?

No.

Non aveva ragione -Marx- perché pensava che ogni fenomeno sociale
potesse spiegarsi con il capitale, così come -ad esempio- Freud pensava
che tutte le turbe psichiche si potessero spiegare con le pulsioni
sessuali.

Non -però- perché aveva torto sul pan-economicismo, come Freud sul
pan-sessualismo, si può ritenere che l’economia non sia una chiave utile
(sebbene parziale) di investigazione, così come la sessualità è utile
investigarla, per vedere se una persona ha relazioni sociali equilibrate
(anche se il sesso non dice tutto).

In particolare Marx sbaglia trascurando il fatto che il sistema non va
riformato con una lotta di classe, ma con una gestione diversa della
quantità di informazione.

La ragione storica del perché l’utopia marxista -a mio avviso- è fallita
–in tutti i contesti in cui si è cercato di applicarla, compreso
l’arretramento attuale in Italia che aveva avuto il più grande partito
comunista dell’occidente– è perché i comunisti non si sono accorti che
c’è una merce che ha un valore maggiore del denaro: l’informazione.

Lo aveva invece bene capito Licio Gelli e il suo piano di rinascita che
teorizzava l’occupazione dei mezzi di informazione a cui -per ora- è
sfuggita la rete, internet.

Necessiterebbe -al fine della democrazia (ossia di un reale sviluppo
erga omnes)- una seria riflessione di come l’informazione agisca e si
consolidi e quale possa essere un equilibrio delle informazioni nel come
elaborarle, trasmetterle, gestirle ed al fine di che.

Dico brevemente che sono un ingegnere che conosce la teoria dei sistemi
e -nella teoria dei sistemi- c’è un metodo che dice “chi controlla il
controllore”: un sistema detto -in italiano- di controreazione, detto
-in inglese- di feedback.

Cosa fa il feedback?
http://it.wikipedia.org/wiki/Controllo_automatico

Il feedback mette i dati disponibili del sistema _di_nuovo_ a
disposizione dello stesso sistema (in input) come funzione di stato.

Ossia ciò che è potenzialmente noto solo ad alcuni, lo mette a
disposizione di tutti, di nuovo in input.

E’ l’unico sistema che non crea un collasso generato dall’appropriazione
di pochi delle informazioni, in specie strategiche.

E’ noto -nella teoria dei sistemi- che un sistema controreazionato può
anche esplodere se non è progettato bene.

Ad esempio se il segnale dall’uscita è semplicemente rinviato
all’ingresso per essere semplicemente amplificato.

Quindi conoscere dei fatti -per analogia- non è che crei sempre
equilibrio.

Nelle malattie psichiche ciò è testimoniato come la assenza di una
capacità strategica di elaborare il materiale della analisi psicologica,
e porti a un peggioramento anziché un miglioramento nei malati detti
psichici (per distinguerli da quelli detti nevrotici, su cui -in genere-
funziona mostrargli i relativi errori esistenziali scoperti con la
analisi).

Quindi non basta sempre e solo una analisi, né nell’esame delle devianze
mentali, né nelle devianze sociali.

Necessita *una sintesi* e che sia *tollerante il guasto*, si direbbe
nella teoria dell’affidabilità dei sistemi.

La nostra società concentra informazioni nelle mani di troppe poche
persone e senza garanzie che tali informazioni siano elaborate al bene
comune.

Il Marxismo fallisce pensando che coloro che si mettono a capo di una
rivoluzione siano meno innamorati del potere di coloro che malversavano
prima che il mostro -del potere precedente- fosse sconfitto.

La informazione va distribuita poiché se ciascuno sa i  fatti degli
altri -tendenzialmente- il sistema teme che si possa scoprire la
illegalità introdotta singolarmente, poiché i dati sono accessibili da
tutti.

Ciò non estirpa il male dal mondo.

Ma distingue ciò che è legale da ciò che è illegale e introduce la
convenienza a cercare metodi legali di convivenza, poiché l’illegalità è
facilmente rilevabile.

Vado a leggere il resto:

> E coloro ai quali, in Occidente, sono
> affidati i destini di milioni (miliardi) di persone non cessano di
> ricordare, a se stessi e agli altri, che con questa crisi – e con le
> misure adottate per provare a limitarne i perversi effetti – si viaggia in
> una “terra incognita”. Non si tratta tanto della presunta novità di ciò
> che si è a loro palesato, quanto piuttosto dell’inconsistenza dei principi
> a cui per decenni si sono fideisticamente affidati: a partire dal dogma
> dell’infallibilità del mercato, della sua “mano nascosta” e dei suoi
> “spiriti animali”.

Il dogma del mercato non c’è mai stato.

C’è stata l’adorazione del potere, ossia la legge della jungla, o la
legge del più forte.

Il mercato semplicemente dice che in uno scambio commerciale il prezzo è
fatto dalla domanda e dalla offerta.

Ma se io faccio un cartello?

Ossia mi metto daccordo tra tutti coloro che producono una merce?

E così scopriamo che è il sistema di potere di creare dei cartelli -e
non la libera e plurale concorrenza- che è la linea di tendenza in tutte
le distribuzioni di merce che tendono a soffocare il piccolo -> in
favore dei monopolisti, o coloro che creano dei cartelli.

Un cartello pur di far fallire i propri concorrenti è disposto anche ad
andare -per un periodo limitato- sotto dei prezzi remunerativi.

Et altre facezie su cui non è il caso di soffermarci.

> Le baldanzose certezze neoliberiste si sono
> improvvisamente liquefatte e ora si va per tentativi;

La vera farneticazione è il concetto della “crescita illimitata” in un
sistema e risorse limitate.

> la spocchia e il
> sarcasmo riservati a quanti hanno provato in questi decenni a fermare o
> rallentare la corsa impazzita della locomotiva capitalistica hanno ceduto
> il passo al disorientamento, alla preoccupazione (ovviamente mimetizzata
> tra mille rassicurazioni ufficiali e frasi di circostanza) circa la tenuta
> del sistema. Non possiamo esser certi – essi dicono – dell’efficacia di
> ciò che andiamo predisponendo davanti all’eccezionalità della situazione,
> ma non abbiamo altra strada: questa, in estrema sintesi, è la magra
> condizione cui oggi è ridotto il cosiddetto pensiero unico, quella che
> fino a ieri è stata un’ideologia dominante e incontrastata.
> Beninteso, tutto questo nulla toglie al fatto che noi siamo stati – e
> continuiamo a essere – figli di una sconfitta storica. Dovranno pur essere
> indagate le ragioni interne che hanno condotto dirigenti dell’imploso
> “socialismo reale” in Europa e nell’URSS a trasformarsi d’un colpo in
> padroni del vapore al servizio di una nuova e rampante “borghesia
> compradora”;

Non condivido l’analisi sul fatto che sia la borghesia ad avere preso il
potere.

Ha preso il potere il modello feudale: in Cina come in Occidente.

Dai livelli più bassi della società, fino ai livelli dei dirigenti, c’è
un progetto che il sistema feudale è -secondo loro- il modello vincente.

Lo vedi con Mussolini o Hitler a vertice di una piramide che prende
ordini dal capo.

Tali “uomini della provvidenza” prendono il potere con i meccanismi
della democrazia.

Prendono il potere NON perché la borghesia è furba -> ma perché il
popolo è bue.

Quindi -ancora una volta- non si è capito che la vera merce da non far
mancare la popolo era la informazione, non tanto e non solo il denaro.

> e, accanto a questi, insigni accademici ex-marxisti a
> condividere d’un tratto i precetti della libera concorrenza predicati dal
> Massachussets Institute of Technology. L’involuzione e la secca implosione
> della più parte delle “società di transizione” in Europa attendono da noi
> una spiegazione dettagliata che affondi il bisturi dell’indagine in quel
> laboratorio storico che è stato il   ‘900. Nessuno di noi tuttavia –
> questo è un tratto distintivo che ci ha accomunato allora e che resta
> essenziale per l’attuale cammino – si unì al coro del capitalismo
> trionfante. Guardare in faccia la sconfitta e le sue cause non equivaleva
> per noi alla liquidazione sommaria di un patrimonio di idee, di valori, di
> strumenti di analisi e di lotta per una trasformazione profonda
> dell’ordine di cose esistente e la costruzione di un vivere collettivo
> socialmente equo, ambientalmente sostenibile, ispirato a criteri di
> democrazia sostanziale. Questa possibilità del cambiamento storico in
> vista di un reale progresso del vivere sociale è ciò che è compendiato nel
> nome e nei simboli del “comunismo”. Ed è, precisamente, quel che l’attuale
> realtà capitalistica nega, in termini sempre più clamorosi. Avevano dunque
> torto quanti hanno chinato la testa, piegandosi al mainstream di una
> presunta “fine della storia” e imboccando la strada del trasformismo
> teorico e politico.

Il comunismo è stato ed è una utopia non realizzabile perché non solo i
ricchi _ma_anche_i_poveri_ temono di dover lavorare senza godere del
frutto del loro lavoro.

In unione sovietica i contadini coltivavano i campi di nascosto perché
temevano che il frutto del loro lavoro se lo mangiassero, fossero
pomodori o patate, i capi bastone che si facevano chiamare “compagno
presidente” che era -in realtà- poco compagno e molto presidente.

Era anche quello del socialismo reale un sistema feudale, ma senza la
garanzia che l’operaio avesse diritto al frutto del suo proprio lavoro.

Ecco perché il comunismo ha da essere riformulato in “diritti di tutti”
(senza uno scontro di classe, ma a favore di tutti!) ad avere ciò che
lecitamente sia nei diritti umani:

-diritto alla casa
-diritto al cibo
-diritto alla acqua
-diritto alla cultura
-diritto al lavoro
etc.

> E avevano parimenti torto quanti, a sinistra,
> inseguendo improbabili innovazioni, si sono lasciati sedurre da vecchie
> mitologie iper-tecnologiche (lo sviluppo indefinito di una “new economy”)
> o (nel vivo della diffusione planetaria del lavoro salariato!) dal
> paradigma della “fine del lavoro”. Avevamo invece ragione noi: se ce ne
> fosse bisogno, l’attuale crisi e la devastazione sociale che essa trascina
> con sè lo conferma. E avevano ragione quei giovani che a Seattle e a
> Genova, sordi alle sirene di una dispiegata globalizzazione capitalistica,
> trovavano una loro strada in direzione dell’impegno etico e politico,
> rifiutando di credere che questo è fatalmente l’unico (se non proprio il
> migliore) dei mondi possibili.

Se non saprete fare una seria analisi e poi sintesi di ciò che a voi
stessi potrebbe risultare .. diverrete solo un gruppo folcloristico come
gli alpini che si riuniscono per cantare i cori alla montagna ..

Io dialogo bene con coloro che vengono da una cultura comunista .. però
non deve avere l’impostazione del kgb.

I discorsi vanno fatti alla luce del sole, con metodi democratici, senza
teorizzare la violenza o lo scontro di classe.

Va capito perché _tutti_ stiamo distruggendo il pianeta (almeno finché
non cambiamo impostazione politica nella gestione delle risorse).

> Come detto, noi tutti condividiamo la medesima chiave interpretativa della
> crisi in atto. In essa, l’elemento speculativo – che peraltro si è
> esponenzialmente incrementato attraverso prodotti e dispositivi finanziari
> perfettamente legali ed anzi sollecitati dal depotenziamento delle
> regolazioni nazionali e sovranazionali – ha fatto deflagrare
> contraddizioni già presenti nella cosiddetta economia reale. Il peso degli
> impegni finanziari, che negli ultimi tre decenni ha caratterizzato in
> misura crescente gli investimenti delle grandi aziende multinazionali, è
> avvenuto sulla scia di una calante redditività degli investimenti
> produttivi: la “finanziarizzazione” dell’economia, lungi dall’essere
> l’escrescenza patologica di un sistema in sé sano,  è stata in modo
> esemplare dettata dalla stessa spasmodica ricerca del massimo profitto.

E ciò è facilmente recuperabile togliendo il potere al mondo delle
banche e creando delle basi di dati condivise sulle transazioni.

> Tale tendenza è andata di pari passo con un attacco senza precedenti al
> livello dei redditi da lavoro. Precarizzazione, delocalizzazioni di
> settori labour intensive in paesi a più basso costo del lavoro, recuperi
> di produttività incamerati quasi esclusivamente da rendite e profitti
> hanno allargato a dismisura la forbice che separa questi ultimi da
> retribuzioni e pensioni.

E’ stato applicato il modello cinese:

L’uomo come servo a prezzo minimo.

Se c’è qualcuno che fa la stessa merce a minor costo si può fare morire
chi chiede maggiore salario delocalizzando la produzione.

Ecco perché si deve partire dal realizzare *organismi di controllo
internazionale* sul diritto di espressione e di sciopero, sul legare il
salario alla partecipazione degli utili.

In tal modo chi nega le libertà sindacali e sociali deve essere tenuto
fuori dalle nazioni civili.

> Non è una novità: il principale strumento usato
> quale controtendenza per l’incremento del saggio di profitto è sempre
> stato l’inasprimento dell’estorsione di plusvalore. Così, un vero e
> proprio tsunami ha investito il mondo del lavoro: tutte le rilevazioni
> statistiche mostrano che dagli anni ’80 ad oggi nell’Occidente
> capitalistico si è impennata l’ineguaglianza nella distribuzione delle
> ricchezze.

Non è stato -quello in cui siamo dentro- né un fatto metereologico, né
inatteso, ma progettato:

Infatti per dirlo in una farse sola: è «un’opera di ricapitalizzazione»
del sistema bancario e finanziario grazie alla produzione di denaro con
a controvalore la inflazione del denaro già esistente.

Le prove generali sono state con i bond argentini e con la parmalat.

Si raschia il barile e poi chi si rimettono i soldi -nel barile-
facendoli cacciare agli governi, fino alla prossima razzia.

Il pericolo è che gli sconvolgimenti sociali sono -in parte-
imprevedibili.

E -quindi- gli intellettuali devono scendere in campo per salvare la
libera convivenza civile mostrando che non è solo il razziare e rubare
l’unico metodo di vivere, poiché esiste anche la produzione delle
risorse in un sistema che deve essere un eco-sistema, altrimenti creiamo
una società che andrà al collasso o alla distruzione.

> Alle stelle i redditi di una minoranza, al palo salari e
> pensioni. Ovviamente, si tratta di un trend generale che vede
> differenziazioni da paese a paese: quanto a ineguaglianza, l’Italia è tra
> quelli che vantano un triste primato.
> E’ questa la base reale della crisi, che sbocca in una crisi capitalistica
> di sovrapproduzione.
> Da tali sperequazioni sociali è derivata la crescita esponenziale
> dell’indebitamento privato; su tale indebitamento si è innalzato il
> castello di carta (di cui i titoli connessi ai mutui subprimes sono
> assurti ad emblema) che poi è fatalmente crollato. Compito prioritario dei
> comunisti e, in generale, della sinistra anticapitalista è quello di
> continuare ostinatamente ad illustrare le vere cause della crisi,

.. ci stiamo provando ..

: – )

> indicando con nettezza le responsabilità: non semplicemente quelle di chi
> ha speculato sui titoli spazzatura, infettando l’intero circuito
> finanziario, ma – più a fondo – denunciando le responsabilità politiche di
> quanti hanno tessuto per anni le lodi di un sistema economico
> fallimentare, oltre che ingiusto. Gli stessi che oggi, senza alcun titolo,
> si ergono a salvatori della patria, destinando, per un verso, ingenti
> risorse a salvataggio delle banche (e dei banchieri) o, per altro verso,
> predisponendo inefficaci rimedi-tampone.
> Nel momento in cui tutti riscoprono le virtù dell’intervento pubblico –
> spingendosi perfino a nominare nozioni sino a ieri impronunciabili, come
> quella di “nazionalizzazione” – spetta a noi un essenziale compito di
> pulizia concettuale e orientamento politico.

Non è più il tempo degli slogan.

Serve capacità progettuale!

E i centri di studi strategici sanno simulare i processi prima di
implementarli.

> Mai come oggi – in relazione
> alle eccezionali misure anti-crisi che la comunità internazionale e i
> singoli governi stanno attivando – vale la famigerata espressione
> “privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite”. Emblematici
> sono in proposito il recente piano concepito dal segretario al Tesoro Usa,
> Tim Geithner, e, in concomitanza con esso, l’esito del G20.
> Con l’obiettivo di sottrarre ai bilanci delle banche statunitensi il peso
> enorme dei titoli cosiddetti “tossici”, restituire operatività al mercato
> interbancario e, in tal modo, riaprire i flussi di credito essenziali per
> il funzionamento dell’intera macchina economica, il piano Geithner ha
> infine chiarito il principale interrogativo sin qui rimasto senza
> risposta: chi paga? Chi è chiamato a sostenere gli ingenti costi di questa
> ennesima operazione salva-banche? La risposta è molto semplice: come al
> solito, i contribuenti, e in particolare i lavoratori salariati.

vedi Parmalat, per fare un esempio semplice da capire per tutti.

Si noti che la class action, ossia il diritto di consorziarsi per
chiedere di vantare un rimborso dalle truffe subite .. è stata prima
spostata e poi scorporata dalla possibilità delle truffe già attuate
dall’attuale governo Berlusconi, in Italia.

more info:
http://it.wikipedia.org/wiki/Class_action

> All’interno delle società di partnership pubblico/privato incaricate
> dell’acquisto degli assets, saranno infatti le casse pubbliche a
> finanziare il grosso dell’importo da versare ai banchieri (in cambio di
> titoli deprezzati), con prestiti ai privati concessi a tassi
> super-agevolati. In definitiva, saranno contenti i banchieri, i quali
> guadagneranno una consistente boccata d’ossigeno; soddisfatti anche i
> privati, i quali si vedono associati ad un’operazione che, quale che sia
> l’andamento futuro del mercato dei titoli, avranno tutto da guadagnare e
> nulla da perdere.

Qui ti/vi sfugge un particolare non banale:

Il controllo dei tassi è attuato dalle banche centrali.

Se una merce scarseggia il valore dovrebbe aumentare, in teoria.

Le piccole aziende chiudono per mancanza di denaro, che le banche
dovrebbero anticipare per la compera delle materie prime.

Le banche non danno credito, perché non hanno soldi, quei pochi che
hanno se li prestano tra loro per parare i risparmiatori o investitori
che prelevano dai propri conti corrente.

Secondo logica il tasso applicato a chi presta il denaro (come il
risparmiatore alle banche) dovrebbe crescere, anche se hi presta sono i
risparmiatori.

Bene, fino a metà del 2008 l’euribor era a circa il 5% e le banche
davano ai loro migliori clienti circa il 4%.

Oggi, nel 2009, i tassi sono scesi artificialmente (grazie al cartello
bancario), perché i governi non hanno più il controllo sul potere
bancario e il potere bancario fa cartello sia in USA che in europa a
circa 1% su euribor(a maggio 2009) e a circa 0,5 o 0,05% al cliente
risparmiatore.

Poste Italiane sta facendo offerte al 2% (conto click) ma per i nuovi
clienti (su internet), come pure altre banche a tassi anche maggiori, ma
su quantità di deposito limitato, e quindi per rastrellare il mercato
per l’acquisizione di nuovi clienti, un po’ come fanno cartello con gli
abbonamenti telefonici, per cui solo i nuovi clienti avrebbero diritto a
dei bonus, poiché la legge NON è più uguale per tutti.

Quindi non sfugga che la ricapitalizzazione delle banche si sta attuando
considerando il denaro dei risparmiatori a interesse circa zero. Per cui
ciò crea che si può ricapitalizzare comprando il denaro a prezzi bassi,
e rivenderlo -quando si concedono prestiti- a prezzi usurai.

Sostanzialmente una operazione di cartello, possibile perché il mercato
è solo _teoricamente_ libera concorrenza.

> E peggio per i contribuenti. Non a caso Wall Street, una
> volta note le linee generali del piano, ha ripreso a salire.
> La musica non è poi cambiata con la celebrata riunione del G20. Anche qui,
> grandi proclami e qualche inevitabile correttivo, come quello sui paradisi
> fiscali: a proposito dei quali, però, non si parla di chiusura e si
> appronta una “lista nera” senza che si definiscano con chiarezza le
> sanzioni. Oltre a ciò, si stanzia l’ennesima montagna di risorse,
> destinata ad un organismo internazionale – il Fmi – di cui tuttavia
> restano immutate leadership, linee programmatiche e gestione politica (le
> stesse che hanno così pesantemente contribuito a condurci all’attuale
> disastro). In un tale contesto, l’Unione Europea non si differenzia
> sostanzialmente dalle responsabilità che gravano sul modello sociale
> anglosassone, ma – nemmeno in circostanze così eccezionali – essa riesce
> ad esprimere un modello sociale e politico alternativo a quello posto
> strutturalmente a fondamento dell’UE dai suoi gruppi capitalistici
> dominanti. Nel frattempo, proprio l’acuirsi della crisi ne pone a rischio
> la compattezza strutturale, allontanando la convergenza delle politiche
> economiche statuali e approfondendo il solco che già separava il nucleo
> economicamente forte dalla sua periferia: da un lato Paesi di serie A
> (esportatori di capitale), dall’altro Paesi sempre più di serie B
> (esportatori di manodopera).
>
> Nel vivo di una congiuntura – come si vede – molto complicata, il nostro
> Paese fa i conti con una difficoltà doppia: non solo la crisi, ma anche il
> governo delle destre. Destre pericolose, che hanno del tutto abbandonato
> qualunque residuo di liberalismo per vestire i panni di un populismo
> reazionario, corporativo e razzista. Esse hanno saputo interpretare e
> piegare a loro vantaggio la crisi della globalizzazione capitalistica,
> offrendo sponde ideologiche regressive al risentimento e all’insofferenza
> sociale, assecondando e organizzando le pulsioni peggiori che covano da
> sempre nella pancia del Paese. Al seguito della straripante retorica
> berlusconiana, hanno cementato un blocco sociale, ricostituendo un senso
> comune di destra, reinventando una storia patria ad uso e consumo dell’
> “anticomunismo” più becero e viscerale, provando a fissare su tali basi
> simboliche un’identità politica. L’epilogo di tale processo è appunto il
> varo del partito che ha preso il nome di Popolo della Libertà.
> Duole dirlo, ma tale operazione è stata possibile anche perché, mentre le
> destre ricostruivano la loro identità reazionaria, sul versante opposto
> quel che un tempo è stata la sinistra, ivi compresa buona parte di quella
> ex comunista, smontava pezzo dopo pezzo la propria.

Se vuoi fare una analisi seria devi ascoltare questo discorso di Luciano
Violante alla camera:

http://www.youtube.com/watch?v=uDU9bAfVFzE

In esso si dice che loro era _daccordo_ a non togliere le tv a
Berlusconi.

Quindi può darsi che la sinistra si chiamasse ancora sinistra.

Ma Veltroni cantava “io ballo da sola”.

Una politica della padella e della brace.

Una politica alla Fassino: “Abbiamo una banca?”

Un urto alla sensibilità dei lavoratori che non hanno più trovato chi li
avrebbe dovuti rappresentare.

Una caduta della credibilità.

Quindi necessita unire le forze democratiche siano esse di estrazione di
sinistra, sia di centro, che di destra, purché l’elaborazione sia
democratica, trasparente, al servizio di tutti.

Non è più il tempo delle ideologie né degli schieramenti, ma delle idee
capaci di farsi fatti.

Poiché potremmo essere alla vigilia di ciò che aveva visto Einstein:

«Io non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale, ma
so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.»
(Albert Einstein)

> Se da una parte
> venivano galvanizzate le truppe, ciò era reso possibile anche dal fatto
> che, dall’altra parte, si faceva di tutto per disorientare e demoralizzare
> le proprie. La parabola masochistica di Veltroni (e non solo la sua: si
> pensi anche a quella di quanti pure sono stati importanti dirigenti di
> Rifondazione comunista e del PdCI) è stata in questo senso esemplare.
> Tutto ciò mostra, tra l’altro, quanto sia duro a morire quell’antico vizio
> della politica italiana che è il trasformismo: dall’ ’89 in poi, esso ha
> segnato il percorso degli immeritevoli eredi di quello che è stato il più
> grande partito comunista dell’Occidente.
> Tutto ciò rende conto dell’attuale fragilità del tessuto politico
> italiano. Che Fini appaia come voce dissenziente da talune sfuriate
> integraliste del governo o che sia Tremonti ad avere sussulti di pensiero
> in apparente indipendenza da Confindustria, sono fatti che, lungi dal
> rassicurare, accentuano le preoccupazioni per lo stato di salute della
> nostra dialettica democratica. Il nuovo partito berlusconiano punta a
> divenire luogo totalizzante del quadro politico, giungendo a incorporare
> persino ciò che risulta dissonante dal coro principale. In realtà, come ha
> recentemente annotato “The Guardian” a commento della nascita del PdL, con
> quest’ultimo si compie il percorso di legittimazione del post-fascismo
> italiano, in un impasto reazionario che potrebbe preludere alla conquista
> del Quirinale e al superamento della Costituzione nata dalla Resistenza.
> Ecco perché, in un frangente di tale delicatezza, è vitale la presenza dei
> comunisti: vitale per la difesa degli interessi delle classi popolari e,
> come sempre nel nostro Paese, vitale per la democrazia. Ecco perché, in
> generale, non c’è sinistra anticapitalistica e di lotta senza un suo
> nucleo propulsore e strategico comunista, organizzato in partito. E, più
> in particolare, c’è bisogno dei comunisti e delle forze che si riconoscano
> in un progetto sociale anticapitalista per proporre e conseguire una
> tutela del lavoro e dell’ambiente, nel contesto dell’attuale devastante
> crisi. La presenza di una lista comunista e anticapitalista alle prossime
> elezioni europee costituisce di per sé un essenziale risultato politico
> che può consentire di ricondurre alla realtà del conflitto e dei propri
> interessi di classe un’opinione disorientata, sottraendola alle nebbie
> delle mitologie reazionarie, all’anomia demotivata dell’astensionismo,
> all’illusorio salvagente del “voto utile”. Non si tratta dunque di un mero
> cartello elettorale tirato su in fretta e furia per superare la soglia di
> sbarramento vergognosamente introdotta in dirittura d’arrivo grazie ad un
> patto bipartisan: lasciamo ad altri simili scorciatoie prive di futuro.
> Chi si riconosce nella suddetta lista, viceversa, fa riferimento a un
> impianto analitico convergente, e a una conseguente interpretazione di
> quel che accade intorno a noi; conduce la medesima battaglia in sede
> continentale, distinguendo bene nel Parlamento europeo chi è un proprio
> compagno di strada da chi non lo è; rifiuta di affrontare una crisi che è
> ad un tempo economica, sociale, ambientale con misure tese a salvare
> l’establishment e a penalizzare i “soliti noti”, nell’attesa che tutto
> torni come prima. In questo senso, dietro il nome e i simboli della lista
> comunista e anticapitalista c’è la concretezza di una progettualità
> politica, di un’unità di azione che non è meramente elettorale. Essa è
> stata varata nella convinzione che abbiamo cose essenziali da dire e da
> proporre (e che, senza di noi, nessun altro è in grado o ha la volontà di
> dire e proporre): cose quali una vera e consistente redistribuzione del
> reddito (andando a prelevare le risorse là dove sono); o, ancora,
> interventi strutturali che intacchino su punti essenziali gli equilibri di
> potere della società capitalistica, spostando in avanti i rapporti di
> forza tra le classi (come ad esempio la costituzione di un polo pubblico
> del credito, sottratto al controllo del capitale finanziario, per
> l’incentivazione di uno sviluppo che sia a misura d’uomo e di donna, crei
> lavoro buono e sia rispettoso dell’ambiente: o una politica estera non
> subalterna dell’asse euro-atlantico). Per conseguire siffatti obiettivi
> occorre scalfire interessi potenti. Per questo, sappiamo che non potremmo
> realizzarli da soli; ma sappiamo anche che non potrebbero essere
> realizzati senza di noi. Senza la determinazione e la convergenza unitaria
> dei comunisti, dentro e fuori i confini nazionali.
> D’altra parte, il processo di riaggregazione dei comunisti e delle forze
> anticapitaliste del nostro paese non si esaurisce certo nella scadenza
> elettorale. E’ un processo complicato e importante, e che ha bisogno di
> due gambe essenziali. In primo luogo, la ricostruzione di un legame e di
> un radicamento sociale forti, e il rilancio del lavoro di massa, di
> un’iniziativa politica di massa nei territori e nei luoghi di lavoro, di
> cui i comunisti siano protagonisti e punto di riferimento organizzato. In
> secondo luogo, l’avvio di un serio lavoro culturale, di ricerca e di
> elaborazione, volto a riflettere sulla vicenda del comunismo storico
> novecentesco e a dare sostanza all’identità e al progetto comunista per il
> XXI secolo, ricostruendo una moderna critica dell’economia politica e
> riflettendo in modo sistematico e con rigore scientifico sul grande tema
> della transizione al socialismo, nei suoi tentativi storicamente
> determinatisi e nelle sue prospettive future. Né questo lavoro può essere
> slegato da una rinnovata attività di formazione, che non riproduca
> pedissequamente le vecchie scuole-quadri, ma torni a porre l’obiettivo di
> dare ai compagni strumenti di analisi adeguati alla lotta che si deve
> combattere; e al più complessivo problema della comunicazione, più che mai
> cruciale per una battaglia di egemonia da condursi nel tipo di società in
> cui viviamo. Con questo numero speciale di “Marxismo oggi” intendiamo
> dunque dare un contributo anche in questa direzione.
>
> * Fosco Giannini è direttore de l’Ernesto, Guido Oldrini è direttore di
> Marxismo Oggi, Manuela Palermi dirige La Rinascita della Sinistra e Bruno
> Steri è direttore di Essere comunisti.
>
>
>
> —
> visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
> http://www.larinascita.org
> http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm
>
> questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito
> http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abuse@newsland.it

Grazie di questo mex, spero che leggerete e valuterete anche la mia
analisi.

Non sarà l’etichetta che farà il contenuto del barattolo.

Comunque benvenuti -anche ai comunisti- nel piano di rielaborazione
della nostra _forse_ futura società.

Saluti felicità,

L

IdV-Ciampino-Blog

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