… parlami delle tue galere [Voltaire]

Subject:
Non parlarmi degli archi (architettura), parlami delle tue galere [Voltaire]
Date:
Thu, 13 Aug 2009 09:44:15 GMT
From:
L
Organization:
[Infostrada]
Newsgroups:
it.cultura.filosofia, it.politica, it.media.tv

http://www.facebook.com/note.php?note_id=118528642379&ref=nf

De Magistris sulla questione delle carceri:

++
cit on
++

Tema mediatico d’agosto, emergenza umana tutto l’anno. Il
sovraffollamento nelle carceri italiane torna sotto il faro
dell’attenzione, con cadenza regolare, principalmente nel periodo estivo
o al massimo in primavera. E vi torna per una ragione semplice: con il
caldo la situazione all’interno degli istituti penitenziari nazionali
diventa ancora più difficile, facendo scattare il pre-allarme
primaverile. Ma il sovraffollamento carcerario è un dramma che dura 12
mesi su 12, per finire però sulle pagine dei quotidiani o nelle
dichiarazioni politiche soltanto un mese l’anno.

Una disattenzione che rende lo Stato colpevole: il rispetto della
dignità umana all’interno delle mura penitenziarie è infatti un elemento
fondamentale per definire un Paese democratico e civile. Il sistema
carcerario, come del resto l’assistenza sanitaria o l’istruzione,
rappresentano il termometro di democraticità e civiltà di una nazione.

Per questo, leggendo i dati relativi alla presenza carceraria negli
istituti di pena non si può che provare un senso di colpa e di vergogna.
La prima dovuta all’incapacità di trovare risposta ad un fenomeno che
dura da tempo, la seconda al fatto che di questo dramma ci si occupa
soltanto a fasi alterne, magari per discuterne prima o durante l’esodo
estivo, confinandolo poi nel dimenticatoio già a settembre.

In Italia, stando all’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone,
l’umanità carceraria è composta da 64mila persone e pronta a salire,
entro il 2012, a 100mila. La capienza si attesta invece sui 43mila
posti. Non serve essere degli esperti per capire che i numeri si
traducono in condizioni di vita inaccettabili, in un’esistenza
trasformata spesso in tortura quotidiana: bere, mangiare, respirare in
una cella dalle proporzioni minime (anche 8 mq), con altre sei-sette
persone, è un non esistere.

Certo, mi si obietterà, in carcere ci si finisce perché si è commesso un
reato, dunque si tratta non di un premio ma di una pena per aver
infranto la legge, in certi casi provocando anche dolore e sofferenza ad
altre vite. La pena senza dubbio ha un’efficacia retributiva, oltre che
general-preventiva e special-preventiva, eppure la Costituzione parla
chiaro: la carcerazione deve comunque garantire un fine rieducativo.
Allora, mi chiedo, quale può mai essere, in tali condizioni, la
rieducazione di chi ha infranto la legge? Dal punto di vista del
reinserimento sociale, quale nuovo rispetto della comunità può nascere
nell’animo di chi vive una simile esistenza di privazione, non solo
della libertà (come previsto) ma anche della dignità di essere umano?
Anche nelle carceri si devono offrire modelli di vita alternativi.

Da ex magistrato che crede profondamente nella forza del diritto, credo
sia opportuno lavorare ad una rivoluzione non solo del sistema carcere
ma anche della sua finalità, che veda attuata pienamente la
Costituzione. Chi ha sbagliato di fronte alle norme deve pagare la sua
pena, con sanzione certa e non a babbo morto, ma sempre con l’obiettivo
di una ri-educazione umana e sociale. Perciò lottare contro il
sovraffollamento delle carceri significa lottare per il rispetto della
Giustizia, per la sua attuazione.

A questo scopo la risposta politica prospettata dal Governo non mi
sembra incisiva, soprattutto in una prospettiva di lungo termine.
Investire nell’edilizia non basta, sebbene sia importante. Si dovrebbe
cominciare a ragionare ad una nuova concezione della pena, partendo dai
dati oggettivi.

Quali sono i dati oggettivi è presto detto. La grande maggioranza dei
detenuti è di origine straniera: non perché delinquono di più, ma perché
nei loro confronti viene applicata una giustizia rapida (per buona pace
dell’articolo 3 della Costituzione, disatteso quando ad essere coinvolti
sono personaggi delle istituzioni ed esponenti dei poteri forti,
dall’economia alla finanza passando, ovviamente, per la politica).

Una fetta cospicua dei detenuti, inoltre, non è in carcere per una
condanna definitiva, ma perché in custodia cautelare o a seguito di
sentenze di primo/secondo grado. Ora, in un Paese democratico, il
carcere preventivo dovrebbe essere un’eccezione ed i processi dovrebbero
avere tempi accettabili, in modo da garantire che la carcerazione
avvenga in via definitiva dopo un’altrettanta definitiva sentenza di
condanna. Un modo giusto per garantire anche la certezza della pena, in
Italia spesso ridotta a miraggio.

Anche il sovraffollamento carcerario, infatti, è figlio di quel grave
cancro italiano che si chiama tempi giudiziari, da noi biblici come in
nessuna altra parte del mondo evoluto. Un procedimento penale in Italia
dura anni ed anni, con conseguenze negative soprattutto in relazione
alla ricerca della verità di un episodio criminoso.

Che fare? In primis lavorare ad una giustizia dai tempi più rapidi,
investendo nell’operato della magistratura e delle forze dell’ordine,
poi pensare alla depenalizzazione di alcuni reati minori, aumentando le
sanzioni amministrative, anche di tipo pecuniario. Abolire per esempio
la legge Bossi-Fini o quella Giovanardi. Sul fronte immigrazione e
droga, infatti, le norme non risultano efficaci, ma anche dannose:
implementano la presenza carceraria senza debellare il fenomeno che
vorrebbero contrastare.

Rendere quindi la sanzione penale solo una “extrema ratio” per i reati
più gravi e pensare a punizioni alternative, che risulterebbero inoltre
più efficaci a fini rieducativi e preventivi (chiudere un esercizio
commerciale che vende prodotti dannosi per la salute e’ molto più
efficace che irrogare un’ammenda in un processo penale che si conclude
magari per prescrizione).

“Non parlarmi degli archi, parlami delle tue galere”, scrive Voltaire
indicando nella condizione del detenuto la frontiera di civiltà di una
nazione moderna. Forse dovremmo cominciare a farci raccontare anche noi
delle galere da chi nelle galere vive, per tentare di attuare misure che
possano migliorare una condizione disumana garantendo il rispetto della
Giustizia. Una Giustizia che deve fare ingresso anche all’interno del
carcere, cessando di fermarsi sulla sua soglia. Per difendere la nostra
democraticità, ma anche per evitare di essere indicati come il “terzo
mondo” dei diritti. La condanna del Comitato del Consiglio d’Europa
verso il nostro Paese, con cui dovremmo risarcire Izet Sulejmanovic, rom
bosniaco costretto a vivere per quasi un anno in uno spazio compreso tra
i 2,70 e i 3,40 mq nel carcere romano di Rebibbia, è una macchia che non
possiamo liquidare troppo facilmente.

12 agosto 2009

++
cit off
++

L


IdV Ciampino Blog

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