“Presto, ne vedremo delle belle” (cit. Mr. B.)

da repubblica.it:

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cit on
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La macchina del fango

di GIUSEPPE D’AVANZO

Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre – complici, le debolezze di Piero Marrazzo – la separatezza e l’inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!).

Salta fuori che l’Egoarca (ndr: Berlusconi) ha avvertito per tempo il governatore: “C’è in giro un video contro di te”. Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura.

Viene comodo farlo in quattro quadri.

Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio – proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese – allerta il governatore “di sinistra” che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all’altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all’autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all’altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e “ritirando la merce dal mercato”, come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l’argomento potrebbe essere definitivo. Nell'”Italia gobba”, la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l’argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell’impresa di ricomprarsi quel video.

È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato “di sinistra” è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione “di destra”. In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell’antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente (“È una bufala”, “Non c’è alcun video”). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell’avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l’ipocrita impostura dell’autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona “una macchina”.

È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d’urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne.

Signorini spiega come vanno le cose in casa dell’Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile – i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l’amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l’Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l’aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5.

Berlusconi addirittura annuncia l’imboscata:

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“Presto, ne vedremo delle belle”.

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Accade al direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all’imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier.

Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico.

Accade a Veronica Lario, moglie ribelle.

A ben vedere,

accade oggi al ministro dell’Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: “Tremonti in bilico”; “Se Tremonti va, Draghi arriva”.

C’è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare?

Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell’uomo politico – e della sua affidabilità – nella mente degli elettori. È la ragione che fa del “killeraggio politico – scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) – l’arma più potente nella politica mediatica”. I metodi sono noti. Si mette in dubbio l’integrità dell’avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, “in modo esplicito o subliminale”, gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America.

È la lezione che affronta Barack Obama.

Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono.

È uno sporco lavoro,

che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo:

“Passo I,
il killer politico raccoglie il fango.

Passo II,
il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico.

Passo III,
i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l’intento di fare a pezzi l’avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l’incredibile talento degli addetti ai media… quando tutto è finito, l’avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi”. Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto “l’incredibile talento degli addetti ai media” perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre “provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia”, offrire “merce” che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata.

In Italia, non esiste questo scarto. Non c’è questa fatica da fare perché non c’è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di “paesi amici e non alleati”. Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la “meccanica” che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere – della “macchina” – la spaventosa pericolosità e l’assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d’interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio,

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una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa,

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che minaccia l’indipendenza delle persone, l’autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all’Egoarca.

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cit off
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Commento:

Purtroppo stiamo misurando la differenza che passa tra chi ha in mano i mezzi di informazione e chi li subisce.

Le domande che si pone Giuseppe d’Avanzo e che porterebbero ad una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, si basano su un assunto semplice:

“Chi è senza peccato tanto da poter dire di potere scagliare la pietra per lapidare Mr B”?

E’ ciò che Craxi teorizzava nel suo ultimo discorso alla Camera dei Deputati:

“Chi di voi può alzarsi e dire di non avere mai preso finanziamenti in modo non conforme?”

Che tradotto diviene: “tutti colpevoli? -> allora -> nessun colpevole!”

E’ -se si seguono questi sillogismi- la fine dello stato di diritto.

O meglio di uno stato di diritto che vale solo per i minus habens, e non per coloro che possono vantarsi di essere “super partes”, i più uguali di Orwell nella “fattoria degli animali” (il suo celebre romanzo).

http://it.wikipedia.org/wiki/La_fattoria_degli_animali

A nostro avviso -però- la legalità non solo è possibile, ma va scelta come “il migliore dei mondi possibili”.

Infatti se errare è umano -> perseverare è diabolico.

Non ci deve demoralizzare lo scorgere i nostri limiti, poiché tutti possiamo sbagliare!

Ma la reazione deve essere non insistere a considerarsi ignavi, utilizzatori finali che non c’erano, e se c’erano non videro, e se videro non sapevano.

E’ la scelta, l’unica scelta che ci può salvare, il “principio di responsabilità”.

La scienza è considerata avere soppiantato la religione almeno per il concetto di “carattere autocorrettivo della ricerca scientifica” (cit. K. Popper).

E’ il non rassegnarsi a esprimersi ed agire perché nessuna teoria è perfetta ed -invece- è migliorabile.

La sinergia del concetto della umiltà di sapere ascoltare ogni persona e prendere spunto da ogni realtà, deve essere contemperato dal fatto che non tutte le azioni hanno la stessa dignità di essere esperimentate.

Alcuni scenari possono condurre -infatti- al disastro e altri no.

Se Enrico Fermi non si fosse fatta una idea di cosa fosse la fissione nucleare _prima_ di progettare lo sfruttamento dell’uranio, una bomba come quella di Hiroshima gli sarebbe scoppiata tra le mani.

La capacità politica _deve_ essere anche capacità di sapere vedere il futuro non per profezia, ma per capacità di analisi e di sintesi, insieme al concetto che si “sale in politica” e non si “scende in politica”.

A “che tempo che fa” (su rai 3) il giornalista chiedeva ad Antonio Di Pietro: “Ma se tutti i politici hanno scheletri nell’armadio quale è la soluzione?”

Di Pietro rispondeva: “Non è vero che la disonestà è l’unica realtà ..  si facciano da parte i disonesti e si preveda -nei partiti politici- che persino chi abbia un avviso di garanzia non si possa presentare in qualsiasi funzione di rappresentanza”.

Grazie dell’attenzione,

L

IdV Ciampino Blog

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1 Response to ““Presto, ne vedremo delle belle” (cit. Mr. B.)”



  1. 1 “Presto, ne vedremo delle belle” (cit. Mr. B.) « «Italia dei … Trackback su 28 ottobre 2009 alle 00:55

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